venerdì 10 luglio 2009

Go Science!


Oggi ricorre il 153° anniversario della nascita di Nikola Tesla. Sebbene questo nome non dica molto ai più, stiamo parlando dell'uomo che ha inventato la corrente alternata; il che forse non significa che questo eccentrico inventore serbo coi baffetti e lo smoking sia il "santo patrono del XX secolo", come lo ha definito qualcuno (oppure il "Chow Yun-Fat della Serbia"), ma poco ci manca. Tesla ci è molto caro, perchè era un genio, ma soprattutto perchè era matto: le sue ossessioni per la pulizia, per i piccioni, per il numero tre; le sue teorie fisiche e cosmologiche che possiamo definire "lo strame delle credenze popolari" (chi azzecca la citaz. vince la nostra imperitura stima almeno fino a mercoledì); le sue invenzioni ahimè non realizzate, come il raggio della morte, il teletrasporto, i sistemi per parlare coi marziani e così via; e il fatto che David Bowie ne ha vestito i panni in "The Prestige", tutto questo insomma ha fatto guadagnare a questo signore un posto nel nostro pantheon personale. Fra parentesi, erano i tempi, più o meno, in cui Lombroso affermava che il genio è una forma di disturbo mentale, e un personaggio come Tesla potrebbe fornire molti spunti a questo proposito. C'è un libro di un tale C.J. Pickover "Strange Brains & Genius", che analizza le biografie di diversi personaggi del passato, tutti più o meno famosi per meriti letterari e scientifici e tutti - ehm - matti. La tesi che sembra emergere è che una volta l'eccentricità era molto più tollerata (forse proprio perchè associata al genio); oggi, invece, un tizio che decide di vivere in una grotta scavata sotto la propria casa, come il fisiologo Harvey; uno che sostituisce i mobili di casa con blocchi di cemento, come il matematico O. Heaviside, o uno che non inizia a mangiare se non ha 18 tovaglioli e un elenco completo di tutto quello che c'è sul tavolo, come Tesla - oggi, dicevamo, un bel TSO non glielo leva nessuno. E così chissà di quanti genî ci priviamo e di quali maravigliose invenzioni dobbiamo fare a meno. Sigh. Comunque, tornando a Tesla, pochi sanno che questo genio della scienza era solito combattere il crimine per le strade di New York con l'aiuto di un bizzarro costume e di una pistola a raggi - oh, beh, in realtà lo sapevano solo Matt Fraction e Steven Sanders, ma per fortuna hanno deciso di raccontarcelo in questo «Five Fists of Science», uno sgangherato e assai divertente graphic novel che vede il Nostro, appunto, in compagnia di Mark Twain, affrontare le forze del male - Thomas Alva Edison e Guglielmo Marconi, per dire, e J. Pierpont Morgan. In effetti, tra Edison e Tesla non correva buon sangue: il primo era uno strenuo sostenitore della corrente continua (e organizzò un surreale esperimento riguardante un elefante, ma questa è un'altra storia) - ma da qui ai robottoni giganti ce ne passa. Ok, magari gli autori - come dice Twain nella prefazione - si saranno presi qualche libertà con i personaggi, con i loro caratteri, i dialoghi, l'ambientazione eccetera, ma questa storia è assolutamente, certamente vera e fondata su solide basi scientifiche e razionali.
Non rompiamo, si inchini alla Scienza.

lunedì 6 luglio 2009

La Storia di Manon Lescaut e del Cavaliere Des Grieux


No, scherzo, non l'ho letto e non credo che mi capiterà mai. Il fatto è che, durante il forsennato ancorchè interminabile allestimento del "Gran Teatro delle Cazzate" ci è capitato di sfogliare una quantità invereconda di vecchi libri e cose del genere, alla ricerca di ritagli, immagini, cartoline e gingilli con cui abbellire le nostre opre (si, opre). E quindi ho estratto da uno scaffale dimenticato questo bellissimo volumetto d'altri tempi - bellissimo per la veste grafica e la cura, non so quanto per il contenuto, di certo non per lo stato di conservazione; fra l'altro, è la prima volta che mi capita di trovare un libro coi titoli di coda: «compose e stampò il volume la maestranza blah blah blah; curarono la rilegatura blah blah blah; disegnò i fregi il prof. blah blah blah». Vabbè.


Si potrebbe discutere dell'amara ironia celata involontariamente dietro il titolo della collana: «Gli Immortali» - visto che dopo qualche decennio l'autore di questo romanzo, l'Abate Prévost - chi se lo ricorda più? Sic Transit. Si potrebbe anche discutere della sapida prefazione di nientemeno che Guy De Maupassant, di cui mi par giusto citare l'incipit, che ne rivela tutte le doti di sapiente esplorator dell'animo umano:

«Sebbene un'esperienza secolare abbia dimostrato che le donne, senza eccezione, sono assolutamente incapaci di produrre opere che abbiano un vero valore artistico o scientifico, c'è oggi chi si sforza in ogni modo per imporci la donna-medico o la donna che faccia professione di politica. Ma questi tentativi sono inutili; perchè noi non abbiamo ancora la donna-pittore o la donna-musicista: e non ci è riuscito di averla non ostante gli sforzi disperati di tutte le figlie di portieri e di tutte le ragazze da marito che studiano il pianoforte - e anche il contrappunto - con una perseveranza degna di sorte migliore; o che stemperano colori ad olio o ad acquerello o copiano il modello e anche il nudo senza riuscire a dipingere altra cosa fuor dai ventagli o da qualche mediocre ritratto. La donna ha sulla terra due missioni ben distinte, ma belle tutte e due: l'amore e la maternità.»

Punto. Grazie, signor Maupassant.
Ma passiamo oltre.
Sta di fatto che dentro questo libro ci ho trovato una lettera, chissà di chi, che qui sotto riproduco - cancellando la firma (nel caso, cliccate per ingrandire).

Fa sempre un certo effetto, questo genere di cose: chissà qual'è la sua storia, la storia di chi l'ha scritta, di come è finita in questo libro - e di come il libro è finito in casa mia, del resto. Quando giocavo ai libri-game di Lupo Solitario sceglievo sempre, tra i mistici poteri dei monaci Ramas, la Psicomanzia o come si chiamava, che permetteva di "leggere" la storia degli oggetti. Sarebbe affascinante, una cosa del genere: ogni oggetto, dopotutto, ha la sua storia, i libri più degli altri, credo; e molte saranno di certo più interessanti delle minchiate del signor Maupassant.

domenica 21 giugno 2009

Del perchè non postiamo niente da un sacco di tempo

Stiamo lavorando per voi. Cioè, quasi.

venerdì 29 maggio 2009

Musica per le Vs. Orecchie: Don't Be Happy, Worry

E' molto difficile, inoltre - riprendendo l'incipit del post precedente - prendere sul serio l'heavy metal, soprattutto per chi non è avvezzo a coglierne le molteplici e spesso sorprendenti sfaccettature. Poi ci si mettono gente come questi Van Canto. Tedeschi - perchè solo dei tedeschi possono giungere a tanto - si distinguono per una particolarità: sono un gruppo vocale. Tipo i Neri per Caso o le Voci Atroci, per intenderci. Ma metal. Bisogna ascoltarli per crederci, per esempio questa versione di "Battery" dei Metallica - massacrata oltre ogni dire (fra l'altro, notate come anzichè "bàttery" dicano "battèry" - "patògeny", aggiungerei). A seguire, per rifarvi le orecchie, un pezzo dei Carnival In Coal, curiosa band francese (no, dico, francese!) sul tipo "George Michael meets Cannibal Corpse" e gli imprescindibili Finntroll, finlandesi usi a mescolare generi già di per sè molto vicini: polka e black metal.

Van Canto - Battery






Invece, scopro solo ora che non ci sarà un altro album dei Grip, Inc. - il cantante, Gus Chambers, è morto qualche mese fa, e questo, per strano possa sembrare, mi spiace assai. Vi saranno certamente sconosciuti; eppure "Incorporated" è uno dei migliori album pestoni degli ultimi anni - degli ultimi dieci anni. Vi risparmio le ovvie considerazioni sul tipo "c'è gente come Andreotti che invece campa fino a - " e vi consiglio di ascoltare (Built to) Resist. Ciao, Gus.

lunedì 25 maggio 2009

Ju-Jitsu Self Defence

E' molto difficile trovare un buon manuale di arti marziali. Un po' perchè il saggio maestro conoscitore dei segreti dell'Oriente non ci tiene a divulgarli (e quindi nei libri suddetti su trova di tutto tranne che quello che veramente serve); un po' perchè, duole dirlo, la maggior parte dei manuali di arti marziali ha un che di vagamente ridicolo - del tutto involontario, certo, ma spesso e volentieri le immagini di energumeni esaltati, di ninja in pose improbabili e di berretti verdi strappano un sorriso (poi magari di persona strappano un arto, ma questo è un altro discorso). Fa eccezione W. Bruce Sutherland, i cui baffoni, la canotta e i calzini al polpaccio sono ancora in grado, a mezzo secolo di distanza, di incutere timore al più scafato lestofante. Questo volumetto inglese del 1913 spiega con dovizia di foto e didascalie la nobile Arte delle Articolazioni Lussate, per la sicurezza del gentiluomo moderno. Perchè, «se un uomo deve comportarsi da uomo, deve essere sicuro della propria superiorità fisica», in modo da potersi difendere, con abilità e intelligenza («che sono di solito dalla parte del cittadino onesto, mentre scarseggiano nel fuorilegge») da ubriachi, vagabondi e malfattori d'ogni risma. Data la nostra ignoranza sul tema, non sappiamo dire quanto queste tecniche siano realmente efficaci (alcune sembrano risibili, mentre altre fanno male solo a guardarle); ma da intenditori di minchiate, possiamo dire che questo è un grande piccolo manualetto, nelle cui pagine scorre potente lo spirito dei Monty Python.









venerdì 15 maggio 2009

Mason & Dixon


Come tutta l'Istoria Umana dovrebbe confluire in un'Opera di Stile Italiano, tuttavia, la loro Vicenda dovrebbe poter procedere in una direzione più augurata.

Mason & Dixon è uno di quei libroni giganteschi, la cui lettura è una specie di spedizione archeologica da affrontare con cospicue risorse: cammelli, portatori, guide, bussole e sestanti, perchè altrimenti ci si perde ben presto e si torna a casa scornati. Per quelli che invece resistono, si rivela un viaggio avventuroso e spettacolare, di quelli che poi si raccontano davanti a una birra, agli amici - i quali di solito non fanno neanche finta di essere interessati, ma tant'è - con grande dispiego di superlativi. In effetti la lettura di un simile monolito di sapienza è un'impresa non da poco, per la vastità (ci fa girare tutto il mondo, da un capo all'altro, e passano decenni tra l'inizio e la fine), per la complessità, per i continui rimandi e citazioni (che sono dopotutto l'anima del postmoderno - quando si parla di Pynchon bisogna infilarci almeno una volta il termine: postmoderno) e per il linguaggio.

Tipo l'inizio: Palle-di-Neve han disegnato i loro Archi Volanti, costellando i Fianchi dei Capanni non meno di quelli dei Cugini, involando Copricapi nel Vento Frizzante soffiante dal Delaware: le Slitte son sospinte al coperto e i loro Pattini asciugati e ingrassati con cura, le scarpe deposte nel Vestibolo sul retro, una Calata con le calze ai piedi sulla grande Cucina in finalizzato Fermento fin dal Mattino [...] e i Fanciulli, quasi sempre di Volo, tra gli Schiaffi ritmati di Cucchiaio con Pastella, avendo ghermito per blandizie o rapina quanto loro possibile, proseguono, come ogni pomeriggio di questo nevoso Avvento, verso una Stanza accogliente sul dietro della Casa, arresa da anni ormai ai loro spensierati Assalti.

Chi erano Mason e Dixon? Il malinconico e riflessivo Charles Mason, e il chiassoso e ben più pratico Jeremiah Dixon, astronomo uno, cartografo l'altro, accomunati, dice la prefazione, "oltre che dalla tendenza a bere più del necessario, dalla fede assoluta nella Ragione"; a loro si deve la linea che separa il Maryland dalla Pennsylvania, uno di quei confini assolutamente artificiali, rettilinei e perfetti e del tutto fuori posto tra montagne e foreste: l'emblema stesso della volontà di mettere ordine a un mondo che di ordine non vuol proprio saperne. E prima o poi un pensiero del genere sovviene anche a M&D, qualcosa del tipo: "Ma noi, tutto questo, ha senso farlo?". La risposta è probabilmente no, ma un tentativo, da bravi illuministi, bisogna farlo lo stesso. Tuttavia questo è un romanzo di Pynchon e quindi è una faccenda labirintica, immensa (i libri di Pynchon sono immensi per definizione - anche L'Incanto del Lotto 49, che come numero di pagine poteva sembrare una passeggiata), e in un certo senso, sfuggente. Prima di tutto per il linguaggio: una fantastica ricostruzione dell'inglese settecentesco, con tutte quelle maiuscole ("... a causa di un certo Sovrappiù Corporale accumulato a Città del Capo la discesa di Mason è di quando in quando messa in forse...") - e poi per la caratteristica tipica dei romanzi pynchoneschi, il continuo rimescolarsi di realtà e finzione, di verità e cazzate, di piani narrativi differenti che si aggrovigliano man mano fino a non capirci più nulla. La storia ci viene raccontata dal Reverendo Cherrycoke, rubicondo cialtrone, che compare anche come personaggio del suo stesso racconto - e che, a un certo punto non si può non notare - sa anche parecchie cose di cui solo un Autore Onnisciente potrebbe essere a conoscenza, il che non fa, alla fin fine, che confermare quanto dicevamo sopra. Alla sua storia mescola elementi di altri libri, di altre storie che capitano tra le mani dei suoi attenti ascoltatori, e il suo tono, come le vicende dei nostri eroi, variano a seconda di chi è presente: storie di indiani e di avventure per le orecchie dei piccoli Plinio e Pitt, toni più maliziosi e a volte piccanti per la loro sorella maggiore, l'affascinante Tenebrae. E più si procede nella lettura, più si capiscono le perplessità dei due protagonisti, la cui lenta amicizia diventa uno dei pochi punti fermi in un mondo che tutto è tranne che semplice; e sul nostro palcoscenico si accalcano scienziati, cani parlanti, selvaggi, misteriosi cinesi e diabolici gesuiti, marinai guerci, eremiti, automi, politici, lupi mannari, e si parla di improbabili alieni, di Terra Cava, di marchingegni incredibili, di carrozze più grandi all'interno che all'esterno, di macchine del moto perpetuo, del Transito di Venere, e di altre Svariate Meraviglie che non stiamo a elencare. C'è un modo sicuro per non perdersi, e per apprezzare al meglio quest' intricatissima opera, ed è racchiuso nell'incipit: perchè questo è un romanzo da leggere come una specie di torrenziale fiaba natalizia, con gli occhi pallati e la sete di avventure e di sorprese di un bambino, che magari non ne sa nulla delle istanze del romanzo moderno e postmoderno, ma sa riconoscere una gran bella storia quando ne trova una.

giovedì 7 maggio 2009

The Arrival